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Morbo di Alzheimer: sintomi, diagnosi e terapie innovative

  • Gruppo Sadel
  • 7 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Il morbo di Alzheimer (AD) è la più comune forma di demenza e rappresenta una sfida crescente per i sistemi sanitari. È caratterizzato dall’accumulo cerebrale di beta‑amiloide e proteine tau iperfosforilate che determinano la perdita progressiva di neuroni e sinapsi, con conseguente deterioramento della memoria, del linguaggio e delle capacità funzionali. L’esordio è insidioso: le persone possono iniziare con piccoli vuoti di memoria o difficoltà nel trovare le parole, che col tempo si estendono all’orientamento, all’organizzazione e alla capacità di svolgere le attività quotidiane. Il declino cognitivo è accompagnato da disturbi comportamentali (apatie, agitazione, allucinazioni) e da alterazioni del ritmo sonno‑veglia, fino alla perdita dell’autonomia.

Negli ultimi decenni la ricerca ha chiarito la patogenesi del morbo, aprendo la strada a interventi farmacologici mirati. Per anni le terapie si sono limitate a farmaci sintomatici (inibitori dell’acetilcolinesterasi e memantina) che migliorano temporaneamente la cognizione. Dal 2023 l’attenzione si è concentrata sugli anticorpi monoclonali anti‑beta‑amiloide. Nel 2024 e 2025 la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato lecanemab (Leqembi) e donanemab (Kisunla), i primi trattamenti in grado di ridurre le placche amiloidi e rallentare il declino cognitivo.


L’uso di questi farmaci richiede una diagnosi precoce (tramite PET o analisi del liquido cerebrospinale) e un attento monitoraggio degli effetti collaterali, come l’edema vasogenico cerebrale. Recentemente è stato autorizzato un formato iniettabile a domicilio di lecanemab, che potrebbe semplificare la somministrazione e ampliare l’accesso alle cure.

Parallelamente, i ricercatori stanno esplorando altre strategie. Oltre 180 trial clinici sono in corso per valutare 138 molecole innovative, tra cui terapie geniche, anticorpi che attraversano meglio la barriera emato‑encefalica e farmaci che modulano la fosforilazione della tau. Si studiano formulazioni orali degli anticorpi, approcci multitarget e associazioni con farmaci antidiabetici o antinfiammatori. Le terapie non farmacologiche restano fondamentali: programmi di stimolazione cognitiva, attività sociali, esercizio aerobico e dieta mediterranea contribuiscono a mantenere la funzione cognitiva e a ridurre il rischio. L’articolo sottolinea come un lifestyle sano possa essere cruciale per la prevenzione e che l’integrazione fra farmaci modificanti la malattia e interventi comportamentali rappresenti il futuro della terapia..

La diagnosi di AD richiede un approccio multidisciplinare. Oltre alla valutazione clinica e neuropsicologica, si utilizzano biomarcatori (esami del liquido cerebrospinale, PET amiloide o tau) e la risonanza magnetica per escludere altre cause di demenza. È importante considerare anche la demenza mista, nella quale coesistono Alzheimer e componenti vascolari. La consapevolezza e la diagnosi precoce permettono di avviare tempestivamente terapie innovative e di pianificare il futuro. Sebbene la malattia sia attualmente irreversibile, l’unione di trattamenti disease‑modifying e interventi sullo stile di vita offre nuove speranze per rallentare la progressione e migliorare la qualità di vita delle persone colpite.

 
 
 

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